Orientamento teorico

Nelle prime spedizioni alla conquista delle cime più alte delle Ande, succedeva un fatto strano, almeno agli occhi degli esploratori: i portatori locali ogni tanto si fermavano, senza dare segno evidente di stanchezza. Alla richiesta di spiegazioni da parte degli alpinisti, i portatori risposero: “stiamo aspettando la nostra anima che è rimasta indietro.”
Questo racconto è una metafora del percorso che proponiamo.
II Counseling Umanistico-Spirituale propone una formazione personale e professionale che ha come obiettivo quello di aiutare le persone ad armonizzare le diverse dimensioni fondamentali dell’essere umano: fisica, emotiva, relazionale, sociale e spirituale. Quando siamo in un momento di disagio, di difficoltà di scelta, di confusione, le nostre parti interne non dialogano tra di loro, l’emisfero cerebrale destro e quello sinistro non sono sincroni, pertanto è molto facile che “la nostra anima rimanga indietro”, in quanto stiamo perdendo il senso ed il piacere di quello che facciamo.
“Non chiedetevi di cosa il mondo ha bisogno, chiedetevi invece che cosa vi rende vivi, poi mettetelo in pratica perché ciò di cui il mondo ha bisogno sono persone vive” (H. Whitman)
Il counseling Umanistico-Spirituale è una combinazione di pensiero, linguaggio, cuore e corpo che ha l’obiettivo di rendere le persone “vive” e presenti a sé e al mondo. È uno strumento che permette alla persona di trovare le proprie potenzialità, a partire da un’intenzione specifica, ossia quella di creare una qualità di connessione con le altre persone e con se stessi, che renda possibile uno scambio autentico ed un ben-essere.
In questo senso è anche una pratica spirituale, perché sottolinea la bellezza della nostra umanità condivisa con tutti gli esseri viventi e con l’universo che li sostiene. Un concetto che il monaco vietnamita Thich Nath Hanh esprime molto bene con la parola “interessere”.
L’aspetto umano e l’aspetto divino, inteso come quel quid insondabile, che tutti ci accomuna, sono così inscindibilmente collegati. Nel momento in cui sviluppiamo la nostra piena umanità, sviluppiamo il divino, e dal momento in cui sviluppiamo il divino, sviluppiamo anche la nostra piena umanità. 
Scegliere un indirizzo Umanistico-Spirituale significa integrare alla visione della psicologia umanistica, che affonda le radici nella ricerca innovativa di psicologi e psichiatri come A. Maslow, R. May, C. Rogers, F. Perls, passando per la psicosintesi di R. Assagioli,  questa ricerca di luce e saggezza insita in ognuno di noi e avere un interesse per la persona a tutto tondo, in tutte le sue dimensioni: emozionale, relazionale, sociale e spirituale.
Sul piano emozionale, grande importanza ha l'ascolto, la consapevolezza e la gestione delle emozioni (intelligenza emotiva di D. Goleman). Il passo fondamentale è quello di lavorare per riconoscerle come portatrici di un messaggio che, se impariamo ad interpretare, diventa indicatore della direzione da prendere. 
“Puoi osservare molto, semplicemente guardando” (Yogi Berra)
L’ascolto è una pratica molto complessa, che affonda le radici nelle sensazioni del corpo che guidano naturalmente i bambini verso il loro nutrimento, fisico e relazionale. Con la crescita, il mondo pieno di informazioni ci costringe a selezionare via via gli stimoli che si presentano, a valutarli, dividerli in buoni e cattivi, rendendo meno naturale e spontanea questa importante pratica per accrescere sia la nostra conoscenza, sia la nostra affettività e capacità relazionale. Nella maturità ci troviamo di fronte al bisogno di integrare la complessità di stimoli esterni ed interni, le sensazioni, i pensieri, le emozioni.
Questo processo di ascolto di sé, vitale e creativo, necessita di essere nutrito da diverse pratiche, che sono ritenute da noi importanti nella formazione del counselor:

  1. l’ascolto del corpo nei suoi movimenti e nella sua presenza (danza sensibile, bioenergetica, massaggio…)

Lowen afferma che “gli uomini pensano di risolvere tutto con la mente invece di ‘sentire’. Ma il sentire non ha a che fare con l’intelligenza o con la forza. Solo lavorando su di sé, sul proprio corpo – grazie al quale l’uomo ‘sente’ – l’uomo può curarsi e aspirare, come è sacrosanto, a una vita sana, libera, felice.”
La bioenergetica, che si può definire un modo di comprendere la personalità in termini energetici, associa il lavoro sul corpo a quello sulla mente per aiutare le persone a risolvere i propri problemi esistenziali e relazionali e a realizzare al meglio le proprie capacità di provare piacere e gioia di vivere.
Altro cardine teorico al quale facciamo riferimento, sono i diversi approcci sviluppatisi nell’esaminare le interrelazioni fra movimento corporeo e stati psichici ed emotivi. Già S. Freud commentava “…. Chi tace con le labbra chiacchiera con la punta delle dita, si tradisce attraverso tutti i pori…”. Le ricerche sullo sviluppo neonatale e soprattutto D. Winnicott hanno parlato di “psiche insita nel soma” (1960). Altri contributi arrivano dalla teoria dell’attaccamento (J. Bowlby), dall’osservazione delle interazioni e del movimento (Laban Movement Analysis) e, non meno importanti, dai dati delle neuroscienze, che indicano che corpo, mente e sentimenti sono inseparabili. Allan Shore (1994) parla di un processo di trasmissione inconscia degli stati psicobiologici tramite il cervello destro delle persone. Antonio Damasio afferma che “il corpo è usato come riferimento base per le costruzioni che elaboriamo del mondo circostante e di quel senso di soggettività, sempre presente, che è parte integrante delle nostre esperienze”. Il Movimento Autentico derivato dall’immaginazione attiva di G. Jung e la psicoterapia corporea che prende le mosse dal lavoro di W. Reich, sono altri punti luce di questa ricerca, nella convinzione che l’integrazione non appartenga né alla mente né al corpo, ma li coinvolga entrambi. E qui si inserisce l’esperienza della Danza Sensibile, frutto dell’incontro tra un ballerino coreografo ricercatore, C. Coldy e una coppia di osteopati francesi, ricercatori spirituali: i coniugi Dupuy, che proposero una pratica di recupero della propria storia evolutiva attraverso il movimento.

  1. l’ascolto profondo nel silenzio meditativo di pensieri ed emozioni (mindfulness, tecniche di respirazione, meditazioni, visualizzazioni)

Jon Kabat-Zinn (Kabat-Zinn, 2003), il pioniere della mindfulness terapeutica, la definisce come “la consapevolezza che emerge prestando intenzionalmente attenzione, nel momento presente e in modo non giudicante, al dispiegarsi dell’esperienza, momento dopo momento”. Meditare è un allenamento mentale dell’attenzione e della consapevolezza, che viene svolto coltivando un atteggiamento di apertura e curiosità verso ogni sensazione, pensiero o immagine che si presenti. La meditazione aiuta a portare felicità, a portare la vera pace, a portare la liberazione dall’insoddisfazione e dalla sofferenza della mente.

  1. l’allenamento all’espressione della personale creatività, sviluppando l’ascolto attraverso il linguaggio analogico delle arti (arte terapia, teatro, danza, voce…)

“L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è” (P.Klee)
Le Artiterapie e l’espressione teatrale consistono nella ricerca del benessere psicofisico attraverso l’espressione artistica di pensieri, vissuti ed emozioni. Esse utilizzano le potenzialità, che possiede ogni persona, di elaborare creativamente tutte quelle sensazioni che non si riescono a far emergere con le parole e nei contesti quotidiani. Per mezzo dell’azione creativa l’immagine interna diventa immagine esterna, visibile e condivisibile e comunica all’altro il proprio mondo interiore emotivo e cognitivo. (M. Della Cagnoletta, P. Luzzatto)

  1. allenarsi ad ascoltare l’altro attraverso diverse pratiche di gruppo (sociodramma, metodi attivi, Playback Theatre, self collage…)

Le potenzialità creative e terapeutiche del gruppo affondano le radici in diversi approcci teorici, soprattutto il pensiero lewiniano e la psicologia della Gestalt, ma anche la gruppoanalisi e il pensiero di Diego Nap olitani, nonché i gruppi di incontro di Carl Rogers, eredi dei T Group di Kurt Lewin, il sociodramma di Moreno e il Playback Theatre di Jonathan Fox.
Sul piano relazionale, partiamo dal presupposto, avvalorato dai diversi studi psicologici, sociologici, antropologici e neuropsicologici, che l’essere umano sia costituzionalmente un essere in relazione: tra parti interne del sé, con l’altro, con l’ambiente. Pertanto utilizzeremo una metodologia di studio che ci consente di spaziare tra i diversi punti di vista e i modelli culturali.
Osservando l’umano, ci occupiamo dei livelli di coscienza (Ken Wilber) più “bassi” e più densi: ci riferiamo e ci prendiamo cura delle parti interne (subpersonalità, Assagioli) che corrispondono al nostro ego, lavorando per renderle armoniche tra di loro. L’obiettivo che ci proponiamo è quello di portare le persone, attraverso questa conoscenza, a condividere, confrontandosi reciprocamente invece di competere. L’obiettivo di lavoro sarà quello di raggiungere un livello superiore di coscienza, dove la piena espressione dell’io governo (Mauro Scardovelli) ci permetterà di passare da un’ottica esclusiva: o io o l’altro (o - o) a un’ottica inclusiva, che connette me e l’altro (e - e). Questo vuol dire acquisire una visione più ampia, che non considera solo il proprio punto di vista, ma che include anche quello dell’altro, attraverso l’empatia per sé e per l’altro, per poter arrivare ad una negoziazione ed una soluzione creativa delle diversità (Sclavi).
Possiamo attivare le capacità di osservazione e consapevolezza dell’io governo, attraverso il rispetto delle parti interne senza assecondarle, obbedire o farsi ricattare da esse, fermandosi senza reagire, al fine di ascoltare emozioni, pensieri, sensazioni e blocchi che ne derivano e provare ad armonizzarle come fa un direttore d’orchestra coi suoi musicisti. 
Questa pratica di comprensione e integrazione dell’ego, grazie al lavoro dell’io, fornisce una base sicura interiorizzata, che tranquillizza con la sua presenza e incoraggiamento le varie parti interne.

Sul piano sociale, contribuire a migliorare il contesto a cui apparteniamo favorisce la prosperità della singola persona e della comunità. Difficile parlare di benessere personale senza considerare il clima, i riferimenti culturali ed epistemologici entro cui ci muoviamo collettivamente.
Osservando la natura umana e i mondi animale, vegetale e minerale, vediamo la profonda interconnessione fra tutti gli esseri viventi: la motivazione alla condivisione è quindi una motivazione profondamente legata alla natura, ecologica.
Se ascoltiamo partendo dalla percezione mentale, emotiva, sensoriale, se osserviamo quello che accade nel presente, possiamo scoprire la profonda interconnessione tra tutti gli elementi, sia del microcosmo dentro, sia del macrocosmo fuori.
Da qui può nascere la motivazione autentica a condividere piuttosto che a competere: invece di entrare in conflitto con l’altro, distruggendo e separando, ci mettiamo in un'ottica di confronto e di arricchimento reciproco.
Già il filosofo Eraclito diceva che “le persone addormentate vivono ciascuna nel proprio mondo”, ovvero pensano solo a sé stesse e non al bene comune, fomentando separazione e conflitto. Essere persone “risvegliate” significa invece prendere coscienza di ciò che ci accomuna e salire ad un livello di CON- CORDIA ossia cercare una conoscenza del cuore che si occupi del bene comune.
I principi della comunicazione nonviolenta di M. Rosenberg, la ricerca psicologico-sociale di M. Scardovelli, il concetto di interessere nella visione di Thich Nath Hanh sostengono questo approccio di studio.

Sul piano spirituale, prendiamo coscienza che ognuno di noi percorre una ricerca esistenziale di senso, con l'obiettivo di comprendere il proprio essere nel mondo. Malgrado ciò, viviamo in una cultura che ci incoraggia a cercare la felicità dirigendo le nostre energie verso l'esterno, evitando di cercare dentro  di noi le risposte. Durante l’esistenza, la maggior parte di noi sperimenta solo scorci su chi siamo veramente e su cosa sia veramente la vita. È di cruciale importanza, come esseri umani, prendere coscienza che, se proiettiamo i nostri desideri più profondi e le nostre aspirazioni spirituali solo nella vita materialistica, cadiamo nell’illusione di credere che sia lì che sta la profondità della vera soddisfazione, mentre  la vita è molto di più che mera sopravvivenza materiale: la vita è spiritualmente dinamica.
Abraham Maslow esaltò l'esigenza spirituale e di trascendenza mettendole all'apice della sua gerarchia dei bisogni. Disse che gli esseri umani desiderano cercare i più alti livelli di coscienza e di saggezza: le frontiere della creatività. La spiritualità è la somma totale dei livelli più alti di tutte le linee di sviluppo. Come fili che intrecciano e tengono insieme, definisce e svela la bellezza della nostra essenza nel ricco arazzo che rivela la nostra umanità.
Ogni tradizione spirituale ci parla di questo modo di vedere:
“L’uomo non ha intessuto la trama della vita, non è altro che un filo in questa trama. Tutto ciò che fa alla trama lo fa a se stesso. Tutte le cose sono intrecciate tra loro. Tutte le cose sono collegate” (Capo indiano Seattle)
“Se comprendiamo veramente la natura interdipendente della polvere, del fiore e dell’essere umano riusciamo a scoprire che non può esserci unità senza diversità. Unità e diversità si penetrano l’un l’altra senza ostacoli. L’unità è la diversità e la diversità è l’unità. È questo il principio dell’interessere.” ( Thich Nhat Hanh)
La spiritualità descrive la nostra insondabile profondità dell'essere: è un luogo di autentica personalità, nel quale sperimentiamo un'entità dinamica, che trascende la scala umana.
La dimensione spirituale del counseling esplora, quindi, questa essenza e forza vitale, l'energia fondamentale della nostra esistenza, che è in continuo movimento. Wilhelm Reich la chiamava energia “orgonica”, che permea tutto lo spazio. Oggi potremmo parlare di campo quantico. Alla base dell'essere umano non ci sono reazioni chimiche, ma cariche energetiche. Tutte le creature viventi sono aggregati di energia interconnessi a ogni altra cosa esistente e immersi in un campo energetico. Questo campo di energia pulsante è il principale motore della nostra coscienza e del nostro essere, l'alfa e l'omega dell'esistenza.
Albert Einstein, nella lettera citata sul «New York Times», 29 marzo 1972, dice:
“L’essere umano è parte di un tutto, che chiamiamo “Universo”, una parte limitata nel tempo e nello spazio. Percepisce se stesso, i propri pensieri e sentimenti, come qualcosa di separato dal resto: una sorta di illusione ottica della sua coscienza. Questa illusione è per noi una specie di prigione che ci limita nei confini dei nostri desideri personali e dell’affetto per le poche persone a noi più vicine. Il nostro compito deve essere liberarci da questa prigione, ampliando il nostro cerchio di compassione fino ad abbracciare tutte le creature viventi e l’intera natura in tutta la sua bellezza. Nessuno riesce a farlo completamente, tuttavia impegnarsi a fondo per raggiungere questo obiettivo è già una parte del processo di liberazione e un fondamento della sicurezza interiore”.

 Pertanto possiamo definire la dimensione spirituale come il fattore determinante per comprendere chi siamo e come comprendiamo il mondo.
Che cos'è spirituale? La parola stessa indica che è legata allo "spirito", soffio vitale.
Per noi, lo “spirito” è semplicemente una parte non fisica del nostro essere che sa di noi più della nostra coscienza ordinaria. Può anche essere descritto come il vero sé, la nostra vera natura (buddhismo zen), il sé superiore,l'anima, la sovracoscienza (Aurobindo), il sé transpersonale (Assagioli).
Il transpersonale è un bel modo per descrivere ciò che va oltre il personale, cioè l'io, e si muove nel regno della natura superiore del sé.
Se vogliamo apportare cambiamenti reali a noi stessi, pensiamo che sia essenziale connettersi con questo nostro vero sé. Collegandosi con questa parte possiamo avere accesso ad una potenzialità che trascende le difficoltà con cui normalmente ci identifichiamo.
Un approccio spirituale può così aiutare a ridurre e trasformare molte emozioni negative e può aiutare a funzionare a partire da un luogo di amorevole gentilezza e compassione verso se stessi e gli altri, presupposto fondamentale per un cammino verso una felicità più autentica.
Le neuroscienze stanno confermando ciò che le tradizioni sapienziali ci dicono da millenni.
Dal 1979 il Metodo per la riduzione dello stress basato sulla mindfulness (MBSR) di Kabat-Zinn è ampiamente accettato, usato e studiato all’interno della medicina e della psichiatria tradizionali. La sua Clinica per la riduzione dello stress è per persone che sperimentano difficoltà croniche da lungo tempo che la medicina non è riuscita ad alleviare completamente. Kabat-Zinn ha condotto uno studio che mostra la riduzione, nel corso di otto settimane di addestramento, dei sintomi medici in pazienti che soffrivano di dolore cronico, da molto tempo, senza sollievo e che gli effetti dell’addestramento alla MBSR di otto settimane durano fino a quattro anni. Richard Davidson, nei suoi studi, ha rilevato che i meditanti mostrano un aumento dell’attività prefrontale sinistra del cervello, deputata al controllo delle emozioni, ed esprimono maggiore compassione; l’amigdala viene fisicamente modificata e si riduce anche la produzione di cortisolo. Aumenta la produzione di onde gamma che ci portano una maggiore creatività, intuizione e connessione con noi stessi; si attenua anche la risposta all’esposizione a suoni disturbanti.

La spiritualità, secondo la nostra esperienza di ricerca, può essere vista come il contatto diretto senza intermediari con la parte saggia, “divina” insita in ciascun essere vivente. La spiritualità in questo contesto, quindi, non presuppone una scelta di tipo religioso, anche se per qualcuno può significare questo.
Ci piace riferirci agli scritti di Marshall Rosenberg che afferma: “La base spirituale, per me, è il fatto che sto cercando di connettermi con l'energia divina negli altri e connettere loro con il divino in me, perché credo che, quando siamo saldamente connessi con questa divinità in noi e negli altri, allora amiamo contribuire al benessere reciproco più di ogni altra cosa.”
In base a questo pensiero si incoraggeranno le persone a contattare, tramite diverse pratiche (mindfullness, tecniche di respirazione, visualizzazione, meditazione) la propria essenza divina, in modo da utilizzare tutte le risorse interiori per accogliere e trasformare i limiti dell’ego e della mente razionale. Queste tecniche e conoscenze sono basate non solo sul sapere ma anche sul sentire e sull’intuizione. La pratica del qui ed ora, dell’ascolto corporeo, le pratiche artistiche e spirituali sono quindi al centro delle nostre tecniche di counseling.
L’obiettivo è quello di sviluppare le competenze dell’emisfero destro del nostro cervello, la parte più intuitiva di noi, per favorire creatività e sensibilità e connetterlo così all’emisfero sinistro, con l’obiettivo di  creare armonia e integrità al nostro interno e capacità di comunicare i propri bisogni.
Lo sviluppo della relazione empatica, dell’intuizione e della consapevolezza sostengono ed aprono le porte a questo ascolto che integra i diversi livelli di coscienza: condizione che consente di attivare un cambiamento autentico, che avviene nel presente e utilizza le risorse di ogni cliente, sviluppandone la propria insita capacità di resilienza.
“La connessione empatica è la comprensione del cuore, che ci permette di vedere la bellezza nell'altra persona, l'energia divina, la vita che è presente in lei. Ci connettiamo con questa energia, non limitandoci a comprenderla intellettualmente. La connessione empatica richiede di connetterci con ciò che è vivo nell'altra persona nel momento presente.” Marshall Rosenberg.
Da un’altra cultura, gli scritti di Thich Nath Hanh sulla comunicazione consapevole, rafforzano tale visione (“L’arte di comunicare” Bis Ed. 1987) Egli vede la nostra comunicazione in termini di nutrimento e consumo e invita a distinguere tra comunicazione sana e tossica, proponendo come strumenti la consapevolezza e la sospensione del giudizio.

La struttura teorica di riferimento del nostro percorso può essere vista anche come:
Imparare attraverso l’ASCOLTO, a tutti i livelli di sé e dell’altro, a VIVERE IL PROBLEMA.
L’etimologia della parola problema è da ricondursi al greco πρόβλημα (próblēma) = sporgenza, promontorio, impedimento, ostacolo dal verbo προβάλλω (probállō) = mettere davanti. Quindi problema significa letteralmente ostacolo, impedimento, situazione difficile da superare o risolvere.
Ci siamo noi e l’ostacolo, ma l’ostacolo non ci definisce e può essere occasione di comprensione di noi stessi e potenzialità di cambiamento: l’importante è ascoltarlo per conoscerlo e “farcelo amico”. Il processo di cura con il cliente implica questa attenta visione ed accoglienza del problema-impedimento,  per osservarlo da una diversa prospettiva e renderlo materiale vivo di crescita e trasformazione autentica e individualizzata. Piuttosto che alla eliminazione del problema, l’attenzione viene posta sulla sua osservazione e sul processo che quest’ultima innesca nel nostro equilibrio personale.
In questo ambito, importante è il riferimento teorico alla psicologia sistemica che con “Pragmatica della Comunicazione Umana” e “Change” di  P. Watzlawick apre un nuovo modello di osservazione delle relazioni e dei loro equilibri, nonché alla terapia centrata sul cliente di Carl Rogers.

Il secondo passaggio sarà quello di TRASFORMARE, ossia cercare nuovi assetti e vie di uscita dallo stallo psicologico e problematico.
Le persone richiedono l'aiuto di un counselor perché vivono un conflitto più o meno cosciente tra le loro parti interne. Per noi, qualsiasi processo trasformativo in situazioni di sofferenza, implica l’ascolto di sé nella totalità di ogni emozione, pensiero, sentimento. E’ importante stare e vivere fino in fondo ciò che incontriamo, per divenire consapevoli di qual’è l’evento, il pensiero, la credenza che ci ha mosso, in modo da poter accettare e dare amore a questo “bambino ferito” (Erikson e Berne) e innescare così una trasformazione. Ogni parte di noi ha diritto di cittadinanza: rabbia, violenza, confusione sono l’espressione maldestra di un bisogno profondo.
Così, come la trasformazione dei nostri rifiuti diventa compost per nuove colture, l’accoglienza e il lavoro con ostacoli e problemi può diventare materiale per un terzo passaggio, ovvero: un processo trasformativo di sé e un CAMBIAMENTO verso una EVOLUZIONE e crescita personale.
Il monaco vietnamita Thich Nath Hanh ci ricorda che dobbiamo essere presenti in quello che facciamo, nel qui e nell’ora, per poter vivere appieno la nostra vita e trasformarla verso il bene. Importante è sviluppare questa capacità, presupposto essenziale per entrare in contatto con l’altro veramente, bypassando pensieri legati a passato e futuro.
Integriamo in questo modo, con conoscenze di tradizioni della spiritualità orientale ed occidentale, la visione della psicologia umanistica, che pone l’accento sul “divenire” dell’individuo e sostiene che questo divenire è retto da forze interiori dirette ad uno scopo, precisato nell’ideale dell’integrazione, unificazione della condotta in una struttura organica coerente. (Rogers, Maslow). Di questa  visione dell’individuo, dei rapporti interpersonali e sociali, si possono ricordare sinteticamente alcune componenti significative: l’importanza attribuita alla persona, percepita come essere globale, unico ed irripetibile; la funzione centrale della consapevolezza, in quanto qualità non esclusivamente intellettuale, ma anche radicata nell’esperienza emotiva; il concetto di esperienza come processo attivo e continuo in cui l’organismo è coinvolto; la convinzione del fatto che il comportamento non è determinato in modo biologicamente o socialmente meccanicistico; l’aspirazione all’armonizzazione con l’Universo, inteso come totalità dei rapporti possibili con la natura e con gli altri uomini.
Anche il processo creativo svolge un’azione di integrazione tra i diversi livelli di esperienza: collega processi interni e fattori esterni, permettendo una nuova acquisizione. Esso sviluppa la capacità di trovare nuove risposte a problemi che si ripetono. (M. Della Cagnoletta) . Creare e crescere hanno la stessa radice etimologica e non è un caso (Kar: azione, agire). Il processo di crescita è un‘azione: implica l‘integrazione dinamica, mai ultimata, di parti del sé, inteso come psiche-soma, mondo interno-mondo esterno, io-altro, conscio-inconscio, mente-spirito.
La salute, per noi, implica il raggiungimento, mai ultimato, di una consapevolezza di sé nel qui e ora ed una dinamica integrazione tra emisfero destro e sinistro del nostro cervello, tra linguaggio logico e linguaggio analogico, tra identificazione e appartenenza al tutto, tra ZOE ( la vita “eterna” che scorre in ogni essere)  e BIOS ( il nostro incarnarci in una individualità che nasce, vive e muore).
Ci sembra inoltre importante ricordare tutti gli studi, soprattutto di psicologi e psicoanalisti, che ci hanno invitato a considerare e a riflettere sulle implicazioni personali  sperimentate all’interno di ogni  relazione di aiuto. I concetti di “transfert” e “controtranfert” descrivono bene l’importanza dei vissuti personali e delle proiezioni reciproche in ogni relazione sia essa sociale, di consulenza, sostegno o terapeutica. Impariamo così che riflettere sui contenuti della nostra relazione stessa con il cliente è uno strumento utile al procedere della nostra comprensione. Sempre per quanto riguarda la qualità e le caratteristiche del nostro approccio relazionale al cliente, facciamo riferimento alla teoria Rogersiana, secondo la quale caratteristica fondamentale del counselor è la fiducia incondizionata, ossia: vedere la luce della persona al di là del problema: “se non vediamo questa luce non possiamo lavorare con la persona, non siamo in grado di farlo”.
A questo proposito, sottolineiamo l’importanza che il counselor si domandi: perché sono arrivato qua, qual è la spinta che mi fa pensare di prendermi cura degli altri?  È nostra responsabilità aiutare a riflettere sulla motivazione e sulla qualità che ci spinge verso la relazione d’aiuto per arrivare ad offrire all’altro un’autentica presenza. Utile, anche a questo livello, il concetto di distinzione tra ego e anima: posso prendermi cura degli altri dal livello dell'ego oppure dal livello dell’anima. L‘ego ha bisogno di apprezzamento, potere, verità indiscusse; l’anima rispetta, accoglie, non chiede nulla per sé. (M. Scardovelli). Lo strumento cardine per navigare nella relazione  con l’altro tra ego e anima è la pratica della consapevolezza, che osserva i nostri pregiudizi, le nostre idee dell’altro, ne prende atto e accoglie anch’essi con amorevole gentilezza.

Un altro strumento per la comprensione e la crescita in questo percorso di formazione sarà l’utilizzo della metodologia del lavoro di gruppo e la nostra attenzione e cura delle sue dinamiche. Formiamo infatti i nostri studenti ad un counseling sia individuale sia di gruppo.
Nel gruppo si possono osservare livelli energetici diversi, si sperimenta il senso di comunanza e si risponde così ad uno dei bisogni fondamentali dell’essere umano che è quello di appartenenza ( C. Rogers)
Il gruppo dà voce alla nostra gruppalità interna (D. Napolitani): noi siamo un gruppo di pensieri, emozioni, organi, cellule… E le cellule funzionano proprio perché esiste questa naturale dinamica di gruppo.
Ad un livello spirituale il vivere in gruppo è un ricordarsi vicendevolmente che si può affrontare la quotidianità in modo diverso, sostenendoci nella pratica della consapevolezza (il concetto di Shanga per la tradizione buddista, per es.)
La forza del gruppo e la sua peculiarità sta nel fatto che esso non è mai la somma dei suoi componenti, ma ha una sua storia ed una propria esistenza, che esprime un’evoluzione simile a quella di ogni essere umano: nascita, infanzia, adolescenza e maturità (Erikson)
La storia di un gruppo incontra diversi passaggi: da una iniziale dipendenza da un leader o dal gruppo in sé (stato di fusionalità), a uno stato di persecutorietà, dove emergono sentimenti di attacco e/o fuga utili anche per raggiungere, come fa l’adolescente, una maggiore autonomia ed identità ( W. Bion, Foulkes)
Così non è detto che la metodologia di gruppo sia subito efficace: il percorso di crescita potrebbe passare da una fase di dipendenza/fusionalità ad una di attacco e fuga, fino ad arrivare ad una fase in cui il gruppo ha un obiettivo comune condiviso, che è il benessere di ciascun individuo. Questo percorso stesso sarà fonte di crescita per tutti, nell’apprendere attraverso l’esperienza. Saremo noi, attraverso la relazione e la pratica dei feedback, a mettere nelle condizioni le persone di capire e valutare il loro livello di apprendimento. Si valuterà insieme la capacità di dare e di ricevere feedback, come valida cartina al tornasole della propria evoluzione personale nel percorso della scuola.
Vogliamo concludere aggiungendo l’ingrediente del nostro desiderio ed entusiasmo che ci ha spinto ad impegnarci nella costruzione di questo percorso formativo, che ha l’obbiettivo ultimo di contribuire al benessere delle persone e a spargere qualche piccolo seme di cambiamento nel mondo. Vorremmo offrire agli altri la nostra esperienza in modo comprensibile, con una buona traduzione dei pensieri in pratica.
Pensiamo che la vita sia movimento, trasformazione e perciò è importante allenarci a vivere tutti i processi trasformativi dell’ego e la sua armonizzazione, per attivare la nostra crescita e il nostro “stare bene al mondo”. Un benessere individuale diventa un benessere del mondo.
Lo spirito che ci anima è caratterizzato da una spinta ad arricchirci e ad arricchire gli altri. Siamo attratti dal modello multidisciplinare mente-corpo-spirito e perseguiamo il desiderio di creare una realtà nuova nella  vita, disposti a sostenere una “rete di anime” con cui ricercare e sperimentare.